“Questa è la quinta o sesta occasione in cui sono stato invitato a parlare della figura e della testimonianza di vita di Alexander Langer e pur facendolo volentieri, non mi nascondo che i tempi che viviamo, la politica e la cultura che oggi sembrano egemoni non solo in Italia ma su scala mondiale, rendono il ricordarlo un gesto sempre più fragile, confuso o, per dirla con Nietzsche: “inattuale”.
Per la mia storia personale l’incontro con Langer avviene in anni in cui si era logorata la mia militanza a sinistra, anche di quella a cui facevo riferimento allora, la sinistra critica del gruppo e del giornale “Il Manifesto”. Nel riconoscermi debitore in termini di formazione intellettuale al quel gruppo di eretici, avvertivo ormai le loro posizioni, le loro categorie di giudizio come troppo rigide e arroccate ad un’idea di comunismo che accusava troppe falle e che si era resa responsabile di parte delle molte tragedie del ‘900.
L’incontro con i movimenti ambientalisti e non-violenti era stato l’approdo migliore che avessi trovato per dare continuità al mio impegno pubblico. E in Langer riconoscerò presto tutti i tratti di una personalità non comune, un’apertura intellettuale e una generosità verso gli altri che lo hanno reso rapidamente ai miei occhi come un maestro seppure, come è stato scritto, “irregolare”. Incominciai a seguirne le posizioni anche in incontri pubblici che lo vedevano impegnato su diversi fronti: dalla convivenza pacifica fra culture ed etnie diverse, all’ambientalismo vissuto come sforzo a modificare la qualità delle singole vite prima ancora delle maggioranze politiche e dell’organizzazione economico-sociale, verso l’obiettivo che lui definiva “conversione ecologica” della politica; al pacifismo attivo e non reclinato sui propri principi una volta per tutte, un pacifismo che avrebbe dovuto farsi carico anche delle contraddizioni laceranti che la storia avrebbe proposto (la guerra nell’ex Jugoslavia e il massacro della popolazione inerme di Sarajevo ad opera dei serbo-bosniaci di) e che avrebbero spinto Langer in uno dei suoi ultimi sforzi come parlamentare europeo a chiedere un intervento armato “di polizia internazionale” contro le artiglierie che sparavano sulla popolazione civile di Sarajevo senza alcuna distinzione. In uno dei suoi ultimi interventi dell’aprile 1995 dal titolo “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”, sollecitando l’intervento delle autorità comunitarie, invocava un intervento armato a difesa delle vite dei civili di quella città martoriata.
Questo suo intervento gli sollevò contro, come in altre occasioni, le ortodossie pacifiste che gli imputarono il tradimento dei sacri principi. Era l’ennesimo strappo con un modo di pensare irrigidito e conformista che non si misura con la realtà molto spesso spiacevole degli eventi storici. Questo farsi carico dei panni del traditore, di chi attraversa limiti non solo fisici ma soprattutto intellettuali è uno dei tratti peculiari del suo pensiero libero e in anticipo sui tempi. A distanza di tre mesi circa da questa sua ultima battaglia, Alex deciderà in solitudine, di togliersi la vita il 3 luglio del 1995 impiccandosi ad un albicocco a Pian de Giullari a Firenze., non lontano dalla casa dove abitava con la moglie Valeria.
Per me fu un trauma terribile, andai ai suoi funerali alla Badia Fiesolana e da quel momento contrassi un impegno, una forma di obbligazione con me stesso: avrei cercato di lì in avanti di fare quanto nelle mie possibilità per evitare che la sua testimonianza, il suo insegnamento di una vita non andassero inesorabilmente dispersi nella confusione e nel rumore degli anni che sarebbero seguiti.
Oggi sono qui in ragione di quell’obbligazione, anche se è sempre più difficile tenerle fede.
Langer nasce a Sterzing/Vipiteno il 22 febbraio 1946 da una famiglia laico-borghese: il padre medico ebreo austriaco e la madre farmacista tirolese. Già in famiglia Alex è testimone di scelte che diverranno per lui insegnamenti durevoli; la madre in piena guerra mondiale si oppone all’adesione al nazismo così come lui in anni successivi rifiuterà la dichiarazione di appartenenza all’etnia tedesca come prevedeva la legge e ciò gli comporterà l’ostilità di una parte consistente del suo gruppo linguistico di appartenenza e nel 1995 l’impossibilità di partecipare all’elezione come candidato sindaco a Bolzano. L’imprinting interetnico è perciò un’eredità familiare, se il tedesco è la lingua parlata dai Langer, Alex frequenterà e si mescolerà sempre più alla comunità italiana finendo per parlare un italiano fluente e ricco. Frequenterà le scuole medie e il liceo classico presso i Francescani di Bolzano in lingua tedesca e frequenterà contemporaneamente gli ambienti e i quartieri a maggioranza italiana.
Gli studi universitari si svolgono a Firenze, città attraversata dagli stimoli post conciliari della giunta di Giorgio La Pira e a Firenze farà incontri fondamentali per la sua costruenda formazione intellettuale con personalità come Ernesto Balducci e soprattutto Don Lorenzo Milani col quale collaborò e di cui tradusse per un editore tedesco il famoso testo “Lettera a una professoressa”. Si laurea in Giurisprudenza nel 1968 e in Sociologia nel 1972 negli anni ’70 si avvicinerà al gruppo della nuova sinistra più eterodosso, Lotta Continua per cui lavorò come corrispondente in Germania e di cui fu per un breve periodo direttore responsabile. Farà l’esperienza di insegnante in varie scuole superiori a Bolzano e Merano tra il 1968 e il 1972 In questo periodo stabilirà una profonda e duratura amicizia con Adriano Sofri leader carismatico del gruppo. Allo scioglimento di Lotta Continua nella seconda metà degli anni ’70 abbandona quell’ambiente e fa ritorno a Bolzano.
In Alto Adige inizia una nuova stagione della sua vita con la fondazione della lista Neue Linke – Nuova Sinistra. Negli anni ’80 è tra i fondatori della federazione dei Verdi in Italia e in Europa, ricoprirà i ruoli di consigliere provinciale e regionale fino ad arrivare ad essere eletto al Parlamento europeo nel gruppo dei Verdi di cui diventerà anche presidente. Eletto per due volte (anche contro la sua volontà) il suo secondo mandato verrà interrotto tragicamente dalla sua morte.
Ma la caratteristica peculiare in ogni sua esperienza politica e pubblica , nella sua breve ma frenetica vita fatta di incontri e di partecipazione anche alle occasioni di incontro meno ufficiali, sarà sempre l’atteggiamento di riflessione approfondita e mai superficiale sui grandi temi che si troverà ad affrontare: dalla convivenza etnica nel suo Alto Adige come in altri territori europei in primis la penisola balcanica soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile; ad un ambientalismo non di maniera ma fortemente proiettato verso quel concetto di conversione ecologica che invitava a fare pace tra gli uomini e con la natura, criticando l’ideologia della crescita economica compulsiva, per una scelta verso una società ed un economia più attente al futuro, più conviviali e meno succubi agli idola del progresso tecnico indiscriminato e alla brevettabilità della vita (desiderabilità della civiltà ecologica). Tutte questioni che lo vedranno spesso in conflitto con la sua stessa parte politica, rappresentando più un elemento di divisione e di discussione anche dura che di accomodante condivisione di scelte politiche e culturali. (La sua firma ad una lettera di apprezzamento ad un documento di Ratzinger sul pericolo della manipolazione genetica, gli scatenò contro le reazioni delle femministe e di esponenti di prestigio culturale come Rossana Rossanda).
Die Brucke, Il Ponte è il mensile pubblicato tra il 1967 e il 1969, fondato da Langer e da altri giovani intellettuali sud tirolesi. E un modo per parlare di Langer è stato quello di considerarlo “costruttore di ponti” fra realtà apparentemente lontane se non in aperto conflitto, dalla realtà della sua terra il Sud Tirolo, alle etnie in guerra tra loro nell’ex Jugoslavia. Ma costruire possibilità di incontro anche sul piano culturale e delle idee, ha significato per Langer scegliere il ruolo di chi abbandona il proprio campo, la propria parte e compie il passo verso l’altro quel tanto da farlo ritenere un traditore delle proprie origini e delle proprie idee.
Questa dimensione della sua vita lo farà apprezzare dagli osservatori più attenti, ma gli procurerà molta ostilità, incomprensioni se non invidie, condannandolo spesso alla solitudine. (cfr. ricordo diPetra Kelly)
La sua natura, la sua cultura plurilingue, la sua intelligenza ne fanno una figura di politico assolutamente anomala nel panorama italiano e non solo. Aveva riconoscibili i tratti “dell’impolitico” come lo descrisse Thomas Mann, la sua dedizione e il suo impegno, la sua disponibilità a spendersi in prima persona per le cause più difficili, a cercare vanamente di essere tutto per tutti (cfr. il rapporto con don Milani), si affiancano alla tentazione ricorrente di sottrarsi al mondo della politica politicante così meschino e volgare e interamente votato a logiche di potere e all’acquisizione di interessi personali.
A vita breve lo siamo tutti, ma qualcuno in particolare, per le responsabilità che si assume verso gli altri, per la coerenza del suo stile di vita con le idee che diffonde e sostiene, per il suo essere comunque “oltre” le angustie del vivere presente e per essere proiettato verso dimensioni future che i suoi contemporanei non colgono come opportunità preziose per costruire concretamente e nell’oggi un mondo che si costituisca a partire da principi fondanti che richiedono profondità di pensiero e coinvolgimento personale e uno stile di vita riconoscibile che da solo lasci una traccia di sé al di là delle parole.
La parabola dell’esistenza di Langer è stata quella di un testimone di speranza e di futuro, con caratteristiche profetiche su molte questioni su cui oggi si torna a discutere e interrogarsi in un momento in cui il mondo uscito dal ‘900 ha perso quelli che sembravano essere i suoi punti di riferimento e i suoi principi inviolabili nel bene e nel male.
Nel caos di questo primo ventennio di secolo, con nuove minacce all’ambiente e alla natura, con tentazioni di scorciatoie politiche autoritarie e l’esplodere di nuova violenza e barbarie, sarebbe un segno importante che l’eco della lezione di vita e di pensiero che Langer ci ha lasciato tornasse a risuonare fra noi”.
Claudio Luciano
