Facciamo i conti con Covid

COVID 19 e l’autunno: le strategie per affrontarlo in modo previdente
Il rigurgito di contagi da Covid19 degli ultimi giorni, seppur contenuti e riferiti a focolai delimitati geograficamente, rappresenta da un lato un richiamo alla dura realtà che il virus è presente e circola, e dall’altro un monito a prepararsi per tempo a quanto gli esperti da tempo segnalano, vale a dire che l’arrivo della stagione autunnale comporterà una potenziale ripresa su larga scala dell’epidemia.
Ovviamente le regole basilari di comportamento che tutti noi abbiamo imparato bene a conoscere – il distanziamento, l’uso della mascherina, l’igiene delle mani – rimangono prescrizioni da seguire scrupolosamente. Il dibattito tra gli esperti a livello mondiale ci ha insegnato tuttavia che le azioni da mettere in atto per un contenimento efficace dei contagi, soprattutto in luoghi chiusi quali gli ambienti di lavoro e le scuole, passa in larga parte attraverso la strategia delle tre T: Testing, Tracking and Tracing. Su questi aspetti occorre ammettere la necessità di uno sforzo aggiuntivo da parte di chi è chiamato a prendere decisioni. Ora, non quando potrebbe essere troppo tardi.
Va sicuramente riconosciuto che l’esperienza della Regione Veneto di questi ultimi mesi, la sua capacità di affrontare con metodi innovativi l’urto del contagio e l’individuazione della pericolosità degli asintomatici (almeno finché il Prof. Crisanti e il suo team sono rimasti a bordo), lo sforzo coordinato tra sistema sanitario e sistema istituzionale, sono stati presi ad esempio e citati come un caso di successo da più parti. Ora è però necessario fare un deciso salto di qualità, anche e soprattutto a livello territoriale, organizzandosi in maniera fattiva per l’autunno.
All’inizio di maggio il Governatore Zaia ha annunciato il progetto di rendere il sistema sanitario regionale in grado di somministrare a regime 50.000 tamponi al giorno. Non è dato sapere quale sia lo stato dell’arte di tale progetto, ma occorre registrare che nel corso degli ultimi due mesi la media di tamponi effettuati in Veneto si è attestata in realtà attorno ai 10.000. E la scelta dei soggetti da sottoporre a test periodici si è orientata su categorie professionali specifiche (medici e operatori socio-sanitari, volontari della protezione civile, forze dell’ordine, pazienti degli ospedali e delle RSA), secondo un modello che punta a tenere “puliti” i luoghi che per loro natura potrebbero trasformarsi in pericolosi focolai e le categorie professionali che vi operano.
In una fase di “sgonfiamento” della curva epidemiologica si tratta di una scelta del tutto logica ed economicamente ragionevole, dato che un tampone costa al SSN tra i 30 e i 50 euro. Gli esperti ci dicono però che in una fase di ripresa di quella curva – cosa che nessuna di noi si augura, chiaramente, ma che dobbiamo realisticamente mettere in conto come possibile con l’arrivo della brutta stagione, della concomitante presenza di patologie di natura influenzale, e della frequentazione massiccia di luoghi chiusi – l’unico modo per evitare un nuovo lockdown tenendo sotto controllo il virus è ricorrere ad un piano di testaggio massivo e periodico, rivolto non solo a chi presenta sintomi e ai suoi contatti, ma soprattutto agli asintomatici. Solo in questo modo sarà possibile continuare a tenere aperti i luoghi di lavoro, le scuole, i trasporti pubblici e i luoghi religiosi e della cultura. L’alternativa è una nuova e ancor più devastante chiusura. Questa cosa va chiarita all’opinione pubblica, al di là di ogni proclama da campagna elettorale o convenienza politica.
Per una popolazione di 5 milioni di individui come il Veneto basta una capacità di 50.000 tamponi al giorno, anche supponendo che tale numero agitato da Zaia in conferenza stampa sia affidabile? Nonostante le stime sul numero ottimale di tamponi giornalieri in grado di mantenere un monitoraggio costante dell’evoluzione dell’epidemia siano oggetto di un acceso dibattito nell’ambito della comunità scientifica mondiale, il valore medio che viene accettato come ragionevole si attesta attorno al 2% della popolazione. In questo caso, se applicato al Veneto, il conto segnala una insufficiente “capacità produttiva” di almeno altri 50.000 tamponi giornalieri. Recuperare questo scarto appare un obiettivo complicato, costosissimo e in tutta sincerità, considerando che siamo ormai ad agosto, irraggiungibile nei tempi richiesti.
Una soluzione alternativa consiste nell’organizzare la macchina sanitaria affinché sia in grado di predisporre un sistema di testaggio di gruppo (group testing, nella terminologia scientifica internazionale). L’approccio, messo a punto già dagli anni ’40 del secolo scorso per altri tipi di epidemie, è già stato applicato con successo in alcuni Stati degli USA (come il Nebraska) e in Israele, consente un monitoraggio nel continuo della prevalenza del virus nella popolazione (indipendentemente dalla presenza di sintomi), è efficiente (nel senso che minimizza la quantità di denaro pubblico da spendere nell’operazione), mantiene un grado di affidabilità simile al test individuale se applicato su gruppi composti da qualche decina di individui, e consente di tenere sotto controllo un numero maggiore di persone con l’impiego di un numero inferiore di test giornalieri.
Invece di testare una persona alla volta, l’approccio consiste nel testare contemporaneamente un intero gruppo di persone. Un semplice esempio aiuta a chiarire il punto. Supponiamo che l’intera popolazione sia composta da 100 individui. Testandoli uno alla volta per scoprire chi ha contratto il virus occorrono chiaramente 100 test. Se invece dividessimo la popolazione in 5 gruppi di 20 individui ciascuno e il test fosse compiuto in maniera congiunta su ciascun gruppo, nella prima fase sarebbero sufficienti solo 5 test. Se uno di questi test di gruppo risulta positivo, sappiamo intanto che 80 individui sono negativi. Rimane a questo punto da testare individualmente i componenti del solo gruppo positivo, attraverso la somministrazione di altri 20 test individuali. Alla fine, sono serviti solo 25 test – invece di 100 – per conoscere il numero esatto di individui positivi, e procedere con le altre due fasi del protocollo (tracking and tracing).
Nella pratica, il numero di test che è possibile risparmiare attraverso questo semplice protocollo dipende dalla frazione di individui effettivamente infetti. Per livelli di prevalenza del virus simili a quelli riscontrati nel periodo peggiore dell’epidemia (circa il 2% sul totale della popolazione), il risparmio sarebbe di circa 7 volte. In cifre, e lavorando con gruppi di 35 individui per volta, la capacità giornaliera di cui il Veneto vanta di potersi dotare consentirebbe di testare tutti i nostri corregionali ogni due settimane, aggirando il collo di bottiglia della limitata disponibilità di reagenti per la procedura RT-PCR.
La politica non può limitarsi ad annunci e slogan. Il suo compito è di fornire risposte concrete a problemi pressanti. L’augurio è che questa semplice verità sia percepita da tutti quanto prima, e che chi deve prendere decisioni aiuti non solo il sistema sanitario a combattere in maniera efficace la pandemia, ma anche tutti noi a continuare a frequentare i luoghi di lavoro e le scuole in sicurezza.
I Veneti ne hanno tutto il diritto, non farlo significa semplicemente prenderli in giro.
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Qualche riferimento bibliografico (per chi vuol saperne di più)
– Gollier, C. and O. Gossner (2020), Group testing against Covid-19, Covid Economics, 2:32-42.
– Lakdawalla, D. et al. (2020), Getting Americans Back to Work (and School) with Pooled Testing. Leonard D. Schaffer Center for Health Policy & Economics.
– Shental N. et al. (2020), Efficient high throughput SARS-CoV-2 testing to detect asymptomatic carriers, available at https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.14.20064618v1.

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