Sul referendum contro l’autonomia differenziata

Lo scorso 25 luglio 2024 abbiamo partecipato ad un seminario di Libera sulla legge dell’Autonomia differenziata approvata lo scorso 26/6/2024

Ecco un breve riassunto di Paola D’Alba dei principali interventi.

Intervento di Giovanni Maria Flick – Presidente Emerito della Corte costituzionale

In questo momento storico siamo di fronte ad un complesso di riforme portato avanti dalla destra di governo che si sviluppa su tre fronti tra loro collegati:

1) Premierato “forte” sostenuto soprattutto da Fratelli d’Italia;

2) Autonomia differenziata: attribuzione di nuovi poteri legislativi allargati a dismisura,  affidata alla Lega;

3) Modifica dell’ordinamento della magistratura, gestito da Forza Italia;

Si tratta di una revisione dell’organizzazione dei tre poteri o pilastri fondamentali della democrazia: Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. Una demolizione, quindi, di principi costituzionali che non vengono erosi in blocco ma “pezzetto dopo pezzetto”.

Concentriamoci ora sugli aspetti relativi all’autonomia differenziata.

Il “peccato originale” di questa legge per l’autonomia differenziata, si trova nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001 in fretta e furia sul finire della legislatura dall’allora maggioranza di centrosinistra, nella speranza che ciò fosse sufficiente a frenare aspirazioni separatiste portate avanti dalla Lega.

Con questa riforma si passa da una forte valenza unitaria e solidaristica da parte dello Stato ad una autonomia spinta in quanto vengono conferite a tutte le regioni che ne avessero fatto richieste, quelle competenze già accordate alle regioni a statuto speciale.

Le materie in carico alle regioni prima della riforma del 2001 erano legate alla fisionomia locale: caccia, pesca, agricoltura e foreste, turismo artigianato. Dopo la riforma si ribalta la prospettiva e lo Stato centrale mantiene competenze esclusive solamente riguardo:

Politica estera e rapporti internazionali, istituzioni religiose, immigrazione, disciplina dei mercati economici, difesa e forze armate, ordine pubblico, processi. Tutto ciò che richiede un’unitarietà stretta viene mantenuto dallo Stato,per il resto viene a crearsi una Legislazione concorrente: lo sSato definisce i principi generali mentre le regioni determinano l’ulteriore specificazione. In realtà in questa legislazione concorrente sono finite molte cose: rapporti internazionali con l’unione europea, commercio estero, protezione civile, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, casse di risparmio ricerca scientifica, grande reti di trasporto, aeroporti,etc…

I problemi insorti e che si sono dovuti affrontare già con la modifica del 2001 sono come primo : maglie troppo larghe. Come legiferare in modo così frammentato quando molti temi richiedono ormai visioni sovranazionali.,uno su tutti l’ambiente

Secondo problema: i costi. i Quando si moltiplicano le competenze si moltiplicano anche i costi.

Approvazione legge autonomia differenziata 2024

La costituzione sancisce che i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali, devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale per le materie che le regioni chiedono loro di gestire.

La legge del 2024 per la realizzazione dell’autonomia differenziata (cosidetta Legge Calderoli) non ha però definito questi LEP ma ha solo definito una serie di norme procedurali.

Per competenze che prevedono LEP non si emana una legge ma verranno emesse tante leggi delegate quando verranno trovati i soldi in bilancio per fare fronte alle spese, perché fintanto che non ci saranno fondi in bilancio non si potranno/dovranno dare competenze alle regioni.

Alcune competenze, invece, possono essere concesse subito perché non richiedono LEP. sulla base degli stanziamenti attuali, quindi in base ai costi storici, le regioni trattengono anche quote del gettito fiscale .

Procedura negoziale: La regione chiede al presidente del consiglio o al ministero dell’interno l’attribuzione di una competenza e negozia con il governo, l’accordo viene poi passato alla conferenza Stato-regioni e al consiglio dei ministri per l’elaborazione di un testo che viene sottoposto alle camere per l’approvazione. Il parlamento non può entrare nel merito o contrattare può solo accettare o rifiutare l’accordo. Quindi si arriva ad un decreto delegato che conferisce la competenza della materia alla regione quando saranno disponibili i fondi in legge di bilancio. Da dove vengono queste risorse: fondi propri della regione, compartecipazione a tributi erariali, fondo perequativo, risorse aggiuntive per solidarietà nazionale.

Conclusioni: frammentazione, gestione molto complicata, burocratizzazione, rischio di arrivare ad una situazione in cui le regioni che stanno meglio vanno a stare meglio mentre le regioni che stanno peggio andranno a stare peggio.

Basta pensare alla drammatica esperienza del Servizio Sanitario Nazionale, promosso con una prospettiva di eguaglianza e risoltosi in concreto in una situazione di emergenza drammatica (cfr. le liste di attesa; la mancata presa in carico dei malati “cronici”;

processioni verso in nord, la fuga verso la sanità privata). A conferma, si pensi alla promessa di assistenza sanitaria e sociale agli anziani non autosufficienti e disabili, con una legge delega emanata nel 2023 e tradotta in un decreto con risorse insufficienti per la sua attuazione. Si pensi soprattutto al “banco di prova” e al drammatico stress test della pandemia del Covid, con la molteplicità di contenziosi fra decisioni centrali e regionali contrastanti tra loro.

 

Intervento della Prof.ssa Chiara Saraceno – Sociologa

Il decentramento in sé non è un male a priori, ma il modo con cui si realizza non è ininfluente. Negli anni il contenzioso tra stato e regioni non si è attenuato e di fatto nessuno dei governi che si sono succeduti è riuscito a definire i famosi LEP (Livelli Essenziali di Prestazioni). Di fatto il finanziamento, con la legge Calderoli 2024, resta legato alla spesa storica a alla capacità fiscale delle singole regioni, cristallizzando le diseguaglianze.

Gli ultimi dati disponibili relativi alla spesa pubblica per singolo cittadino risalgono al 2019 e ci dicono che era di circa € 15.000 annui a livello nazionale ma con grandi differenze territoriali: superava infatti i € 20.000 nella provincia di Bolzano mentre era nettamente inferiore ai € 15.000 nelle regioni meridionali. Anche la spesa per il personale pubblico rapportata agli abitanti a Bolzano era il triplo della media italiana, mentre al sud era molto inferiore alla media nazionale.

Con la riforma del titolo V della costituzione e con la legge Calderoli si è spostata l’attenzione dall’inefficienza e disparità all’attribuzione di poteri e risorse ad alcune regioni ed in questo modo l’Italia diventerebbe un paese “arlecchino”. Se il gettito fiscale viene assegnato ad alcune regioni o meglio alcune regioni possono trattenere una parte del loro gettito fiscale come viene ripartito il debito pubblico accumulato? In carico a chi resta?

L’altro aspetto è quello dell’appropriazione indebita di beni comuni, non è solo un “mi ritiro e tengo per me la mia ricchezza” tengo per me una parte di beni comuni che è stata costruita con in concorso ed il debito di tutti. Per come è concepita la legge, di fatto le infrastrutture autostrade, porti aeroporti costruiti con il denaro di tutta la collettività, diventano di proprietà della regione dove si trovano e storicamente dove si trovano la maggior parte di queste infrastrutture? Nelle regioni più ricche. Si tratta di infrastrutture classificate non LEP e quindi possono essere oggetto di passaggio immediato alle regioni.

Se poi guardiamo a cosa succede nella sanità, dove in qualche modo i LEP esistono, vediamo che le regioni che hanno meno risorse e quindi sono meno dotate devono usare una parte di queste risorse per finanziare la “migrazione sanitaria” dei propri cittadini verso regioni più dotate creando un circolo vizioso che rende le strutture sanitarie sempre più povere.

Anche se alla fine si dovesse riuscire a definire i LEP, questi difficilmente potranno costituire un livello di assistenze che vada oltre un minimo di decenza, unito al fatto le regioni “diversamente” autonome potranno permettersi di pagare di più insegnanti, medici e altro personale pubblico creando un mercato concorrenziale che allargherà fatalmente le diseguaglianze esistenti nella disponibilità ma anche nella qualità di beni e servizi.

Ricordiamo che uno dei requisti per l’ottenimento dei fondi PNRR era quello della riduzione delle diseguaglianze territoriali. Quindi l’autonomia differenziata potrebbe anche andare contro ad una delle garanzie che abbiamo dato per ottenere questi fondi.

Questa riforma aggrava un’autonomia regionale già concessa con la modifica del capitolo V della Costituzione nel 2001 che diventa troppo ampia in materie come la tutela della salute, l’istruzione, la sicurezza sul lavoro ,politiche energetiche e altri importanti campi difficilmente delimitabili ai soli ambiti regionali.

In conclusione c’è il grosso pericolo di aumentare le diseguaglianze in particolare nell’ambito dell’istruzione e della sanità ma anche ad esempio nei trasporti e nella sicurezza. Un altro pericolo da segnalare è la possibilità che si accentuino le spinte identitarie e che certe regioni arrivino a “rifiutare” lavoratori e cittadini provenienti da altre regioni esasperando il “campanilismo” che sottotraccia già serpeggia.

Per approfondimenti sul referendum: https://referendumautonomiadifferenziata.com

Per firmare online: https://pnri.firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/500020

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